RICETTE
CASENTINESI
da
"A Tavola in Casentino”
di
Mario
Da Monte
POLENTA
DOLCE O DI CASTAGNE
La
"pulenda" dolce è stato il cibo che, specie
in annate di carestia, ha calmato la fame degli antichi
casentinesi che avevano messo a punto la tecnica di
conservazione della farina:
a novembre la pressavano nei cassoni staccandola
poi con l'ascia e riducendola nuovamente in polvere.
Evitavano
con la pressione il pericolo di vederla facilmente
invasa dai tarli.
Per
quattro persone prendere mezzo chilo di
farina,stacciarla e stemperarla in un paiolo usando
acqua fredda leggermente salata,mettere al fuoco,
continuando a "girare l'impasto" ed aggiungere
l'acqua che può occorrere per portarla a
cottura. La polenta è cotta quando l'impasto si stacca
dalle pareti del paiolo o di altro recipiente in cui
cuocia. In antico la si cuoceva solamente nel paiolo,
attaccato alla catena e tenuto fermo con una forca di
legno e "girandola" con il "mattarello"
apposito.
Appena
cotta la polenta va rovesciata sulla spianatoia e
servita a fette tagliate con un "filo di
refe". Può essere mangiata con vari companatici ma
anche asciutta tanto è dolce di suo.
POLENTA
DOLCE CON LA RICOTTA
La
polenta dolce si dice sia ottima mangiata con la
ricotta. Questo pare sia il modo più tradizionale di
assaporare polenta di castagne unendo due prodotti
antichi della terra casentinese.
E'
appena il caso di ricordare che il castagno copre il
Casentino da tempi immemorabili e ha condizionato la
vita delle popolazioni e la struttura agraria della
vallata fino alla seconda metà dell'800 e forse anche
oltre.
Con
la polenta dolce non bere vino se non di nuvoli. Si
afferma che quello di vite faccia venire, in questo
caso, i "fortori".
POLENTA
DOLCE CON L'ARINGA
Arrostire
un'aringa, possibilmente "d'ova", sul
treppiedi, ungerla con poche gocce d'olio buono e
mangiarla accompagnata alla polenta bevendo acqua fresca
e pura dato che il vino non solo "non ci
lega" ma crea acidità nello stomaco. Attualmente
le si trovano eviscerate per cui la distinzione fra "aringhe di latte" e
"aringhe d'ova" non
trova più ragione d'essere: quelle d'uova erano le
aringhe femmina mentre quelle di "latte"(in
effetti gli spermatozoi) erano i maschi.
Si
racconta che in alcune località casentinesi, sia per la
miseria sia per l'avarizia, l'aringa fosse legata ad un
trave della cucina e che la polenta venisse, a due fette
per volta, condita sbattendola nell'aringa che durava a
lungo. Essendo il popolo casentinese corbellatore, si
narra che in alcune località, per conseguire un
risparmio più netto, la polenta non venisse "sbattuta" sull'aringa ma sull'ombra della stessa
riflessa nel muro dal lume ad olio o a
"canfino"...
POLENTA
GIALLA
La
polenta di mais o granoturco (in altre parti d’Italia
formentone) non è così antica quanto quella di
castagne: questa pianta (zea mais) tipicamente
americana, venne introdotta in Casentino intorno al 1750
anche se incontrò difficoltà culturali che durarono a
lungo e che ne procrastinarono l’introduzione nella
rotazione agraria alla prima metà del 1800. Il suo uso
intervenne a variare la momotonia del cibo quotidiano
anche se non riuscì a soppiantare l’importanza del
castagno.
Il
meglio della polenta si ottiene usando farina infornata
ed il paiolo e mescolando a lungo l’impasto con il
mattarello, cosa non facile a farsi oggi.
Per
sei persone: prendere gr.500-600 di farina,acqua salata
quanta ne occorra e, quando bolle, versarvi la farina a
pioggia e mescolare continuamente per un’ora, al
minimo, per 40 minuti. Se la polenta, o meglio
l’impasto, apparisse troppo ”sodo”, aggiungere
acqua calda. Se invece fosse stato “affogato il
mugnaio”, aggiungere farina.
Cotto
che sia rovesciare il contenuto del paiolo sulla
“spianatoia” e tagliare la polenta col refe non
appena accenna a
raffreddare traendone fette più o meno grosse secondo
le esigenze.
POLENTA
GIALLA OLIO, CACIO E PEPE
Preparare
una polenta di consistenza media e “accocciarla” a
fette, porla in una zuppiera a strati ognuno dei quali va condito con olio di
frantoio che
mantenga il “pizzichino”, pepe nero finemente
macinato sul momento e cacio pecorino piccante in
abbondanza (in subordine usare parmigiano stravecchio).
Cospargere
la “ colma” della polenta con altro pecorino e pepe,
chiudere la zuppiera con il coperchio e lasciare stufare
vicino ad una fonte di calore per circa dieci minuti.
Servire
tagliando verticalmente gli strati. Non è assolutamente
da prepararsi nelle singole scodelle. E’ opportuno non
berci sopra ma volendo farlo preferire un vino nostrale
di poco corpo e di gradazione alcolica non eccessiva.
Era
il piatto tipico della vendemmia e si preparava a
partire dall’autunno quando il granturco era stato
trattato e dava una farina ottima. In campagna la
massaia recava nella vigna la zuppiera con la polenta e
i vendemmiatori, seduti sui bigoni rovesciati o sulla
stanga del carro, si godevano il riposo, il sole
autunnale e la polenta.
Il
pecorino, per essere perfetto, dovrebbe essere di quello
ottenuto con una parte di latte caprino che dona al
cacio un particolare sapore piccante.
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